Blitris, La filosofia del Dr. House

by Francesca on 29/10/2007

Vi ho insegnato a mentire,
barare, rubare
e appena volto le spalle vi mettete in fila?!?

G. House, II.10

Come per l’impareggiabile Winnie Puh e la filosofia: da Platone a Popper di J. Tyerman Williams o il più recente I Simpson e la filosofia,
anche alla base de La filosofia del Dr. House vi è un’idea semplice e geniale:
non tanto quella di avvicinare le persone alla filosofia (impresa ardua e un pò naïf),
quanto quella di avvicinare la filosofia alla gente,
ossia di mettere alla prova le categorie filosofiche, di saggiarne la capacità esplicativa,
attraverso l’analisi di un oggetto, di un tema, preciso e notorio.

E il tentativo può dirsi pienamente riuscito: i quattro saggi,
più o meno brillanti, più o meno divertenti, sono tutti chiari e ben argomentati,
nelle loro premesse e nelle loro conclusioni.
I 4 ricercatori raccolti sotto il nome colletivo di Blitris esaminano
nell’ordine: l’iper-etica di House, l’etica (deontologica o consequenzialista?) di House,
la sua epistemologia (in che senso House sa quello che gli altri non sanno?) e
la sua logica.

Mi è parso particolarmente perspicuo il primo saggio –
non che gli altri non siano convincenti, al contrario, ma per lo più
si limitano ad indagare House attraverso categorie generali,
che potrebbero essere applicate a qualsiasi oggetto –
così ci si potrebbe chiedere:
l’etica di Batman è deontologica o consequenzialista?
in che senso Perry Mason sa quello che gli altri non sanno?
qual’è la logica degli investigatori di Law and order?.

In L’iper-etica di House, Blitris1 (Regazzoni) analizza, invece,
la specifica etica che House ha,
o, meglio, l’etica (l’iper-etica) che House è,
e giunge a paragonarlo addirittura al Singolo di Kierkegaard, al soggetto
“che risponde ad una sola cosa: all’ingiunzione di un dovere assoluto
come dovere che lo lega all’altro assoluto
in quanto altro nella sua singolarità” (p. 25).

Per House conta solo salvare quel suo unico paziente
e a questo dovere assoluto sacrifica ogni altro dovere etico,
e, pertanto, ogni altro soggetto, ogni altra persona cui l’etica (generale e universalizzabile)
imporrebbe di rispondere nello stesso modo (p. 43).
L’iper-etica di House è l’etica “della situazione e della risposta singolare” (p. 40)
e ciò implica anche che il momento della decisione,
il momento in cui House deve decidere che fare,
non sia regolato, ma sia sempre un gesto di follia (p. 41).
(tra parentesi: se questa fosse una recensione seria,
sarebbe interessante indagare i margini di
in/compatibilità tra questa tesi e quelle relative all’etica consequenzialista,
benchè non sempre coerente, di House e alla sua logica).

La tesi di Blitris1 è brillante e supportata da valide ragioni;
eppure c’è un aspetto che non mi persuade del tutto, o, meglio,
mi pare plausibile anche un’altra diversa interpretazione.

Ad House, lo sappiamo, i pazienti non interessano,
ad House interessano solo le malattie:
House vuole fare quello che fa meglio, sciogliere la diagnosi, risolvere il caso
– anche se la diagnosi è mortale, anche se la malattia è incurabile,
House vince comunque.
Questo sembra essere il dovere iper-etico cui House sacrifica tutto il resto:
non salvare il paziente, ma risolvere il caso.
L’altro assoluto non è un “altro”, un essere umano nella sua singolarità,
semmai è quel caso singolo, ma un caso che vale in quanto permette
ad House di fare ciò che House sa fare,
l’unico fine che la sua iper-etica gli impone: risolvere il caso.
Il dovere iper-etico assoluto alla fine lega House soltanto a se stesso,
in una relazione autoreferenziale e narcisista.

Ovviamente, that’s all folk


{ 2 comments… read them below or add one }

Anonymous 05/11/2007 at 3:11 pm

Mi permetto di intervenire in questa discussione aperta da Francesca in qualità di discusso, avendo io scritto il pezzo sull'iper-etica. L'intepretazione secondo cui House si occupa esclusivamente delle malattia, che tutto il suo interesse risiede nello scioglimento dell'enigma non mi sembra totalmente convincente nella misura in cui per essere vera deve non tenere conto di un fatto: House non si arresta alla diagnosi ma si interessa alla cura perché vuole salvare il paziente, a tutti i costi. L'idea di salvare la vita al paziente emerge in troppe puntate per poter essere derubricata, credo io, come un semplice accidente. Anzi direi che questi due momenti dell'agire di House sono essenziali alla caratterizzazione del personaggio la cui specificità si articola nello spazio che separa la sua dichiarazione di non occuparsi che della malattia e non del paziente e la sua prassi in cui l'occuparsi della malattia diventa la forma per occuparsi veramente del paziente.

Ed è qui, di fronte alla singolarità che per lui prende la forma della o del paziente che si pone la qeustione dell'eccezione nel campo dell'etica. Sono d'accordo con quanto Giulio scrive a proposito dell'eccezione, ma per me – nella lettura che dò di House e che delinea un modello etico che sottoscrivo – è la singolarità dell'altro a innescare l'eccezione. Il problema di dover trasgredire una giusta legge si pone nella misura in cui si pone, per me, l'esigenza di rispondere nel modo giusto all'altro. In altri termini: non si può essere giusti con l'altro, comportarsi in modo etico nei confronti di altri, nella sua singolarità, senza eccedere le regole. Per la situazione House, la situazione clinica, l'altro è l'altro presente che si presenta sotto forma di enigma clinico da risolvere ma che non si riduce, credo, a questo: cioè a un caso di una qualche malattia. E tutti gli altri? Credo che in generale, in qualche modo, un certo sacrificio (passatemi la parola) sia strutturale a ogni decisione etica: l'altro può essere l'altro presente, come nella situazione clinica; l'altro assente o a-venire o l'altro che viene dal passato; l'altro può essere anche un altro collettivo come singolarità che non fanno Uno ma che considero dal punto di vista collettivo (tralascio tutta una serie di problemi che questa distinzione pone). Ma in ogni caso non si può mai, credo, rispondere a tutti gli altri allo stesso modo e nello tesso tempo. In una forma certo iperbolica House mi sembra ponga questta questione, forse.

zack 06/11/2007 at 7:09 pm

Io credo che in House ci sia ben poco di etico. House è l'uomo nuovo, il supereroe che si eleva al di sopra di tutto e di tutti. E vince.

Non agisce per il bene e neppure per il male. Le categorie del giusto e dell'ingiusto non gli appartengono. Il sentimento di simpatia per i suoi simili lo sfiora appena, e comunque cerca in tutti i modi di non farsene condizionare.

House è uno a cui non piace perdere, come quei bambini viziati che deve vincere sempre, anzi stravincere. Vincere alla House. Senza compromessi e in maniera creativa. Con una rovesciata al 90° che va a insaccarsi all'incrocio dei pali, col pubblico che appluade e gli avversari attoniti.

Si può trattare di salvare un paziente, trovare una cura, ottenere il suo vicodin quotidiano o riavere il suo parcheggio disabile assegnato dalla Cuddy a un medico in carrozzella (serie 3, puntata 15). House non può e non sa perdere. Non si arrende finché l'avversario di turno (che di solito ma non necessariamente è una misteriosa malattia) non è annicchilito.

Vale tutto, anche imbrogliare, anche mentire, anche prendere dei rischi sulla pelle del paziente e a sua insaputa.

Prende tutto tremendamente sul serio e dietro l'ironia di facciata si cela un imperativo molto personale che gli ordina di vincere qualsiasi partita. E la fortuna, come accede agli eroi ma non agli umani, è sempre dalla sua parte.

(Uno cosi è sicuramente meglio che faccia il medico piuttosto che il militare)

House trionfa dove tutti noi cadiamo. Trionfa accettando e esaltando il valore supremo su cui è fondata la nostra società contemporanea: la competizione. Un valore che tende sempre più a sconfinare dal campo dell'etica a quello dell'estetica.

Il personaggio House sembra molto razionale ma contiene dentro di se una deriva anti-razionalista: il trionfo della morale per cui "ha ragione chi vince".

House, insomma è l'eroe dei nostri tempi, quello che tutti vorremmo essere. Nelle nostre piccole o grandi, importanti o meschine occupazioni quotidiane vorremmo essere come House. Creativi, geniali, liberi e sempre vincitori.

Ma ho il sospetto che, come medico curante, sceglieremmo il meno geniale ma più umano Wilson.

Leave a Comment

Previous post:

Next post: