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	<title>Comments on: Blitris, La filosofia del Dr. House</title>
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	<description>dell&#039;inutilità irreversibile del tempo</description>
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		<title>By: zack</title>
		<link>http://www.francescapoggi.com/2007/10/blitris-la-filosofia-del-dr-house/comment-page-1/#comment-13</link>
		<dc:creator>zack</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Nov 2007 19:09:00 +0000</pubDate>
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		<description>Io credo che in House ci sia ben poco di etico. House è l&#039;uomo nuovo, il supereroe che si eleva al di sopra di tutto e di tutti. E vince. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non agisce per il bene e neppure per il male. Le categorie del giusto e dell&#039;ingiusto non gli appartengono. Il sentimento di simpatia per i suoi simili lo sfiora appena, e comunque cerca in tutti i modi di non farsene condizionare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;House è uno a cui non piace perdere, come quei bambini viziati che deve vincere sempre, anzi stravincere. Vincere alla House. Senza compromessi e in maniera creativa. Con una rovesciata al 90° che va a insaccarsi all&#039;incrocio dei pali, col pubblico che appluade e gli avversari attoniti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si può trattare di salvare un paziente, trovare una cura, ottenere il suo vicodin quotidiano o riavere il suo parcheggio disabile assegnato dalla Cuddy a un medico in carrozzella (serie 3, puntata 15). House non può e non sa perdere. Non si arrende finché l&#039;avversario di turno (che di solito ma non necessariamente è una misteriosa malattia) non è annicchilito. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vale tutto, anche imbrogliare, anche mentire, anche prendere dei rischi sulla pelle del paziente e a sua insaputa. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prende tutto tremendamente sul serio e dietro l&#039;ironia di facciata si cela un imperativo molto personale che gli ordina di vincere qualsiasi partita. E la fortuna, come accede agli eroi ma non agli umani, è sempre dalla sua parte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(Uno cosi è sicuramente meglio che faccia il medico piuttosto che il militare) &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;House trionfa dove tutti noi cadiamo. Trionfa accettando e esaltando il valore supremo su cui è fondata la nostra società contemporanea: la competizione. Un valore che tende sempre più a sconfinare dal campo dell&#039;etica a quello dell&#039;estetica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il personaggio House sembra molto razionale ma contiene dentro di se una deriva anti-razionalista: il trionfo della morale per cui &quot;ha ragione chi vince&quot;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;House, insomma è l&#039;eroe dei nostri tempi, quello che tutti vorremmo essere. Nelle nostre piccole o grandi, importanti o meschine occupazioni quotidiane vorremmo essere come House. Creativi, geniali, liberi e sempre vincitori. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma ho il sospetto che, come medico curante, sceglieremmo il meno geniale ma più umano Wilson.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Io credo che in House ci sia ben poco di etico. House è l&#39;uomo nuovo, il supereroe che si eleva al di sopra di tutto e di tutti. E vince. </p>
<p>Non agisce per il bene e neppure per il male. Le categorie del giusto e dell&#39;ingiusto non gli appartengono. Il sentimento di simpatia per i suoi simili lo sfiora appena, e comunque cerca in tutti i modi di non farsene condizionare.</p>
<p>House è uno a cui non piace perdere, come quei bambini viziati che deve vincere sempre, anzi stravincere. Vincere alla House. Senza compromessi e in maniera creativa. Con una rovesciata al 90° che va a insaccarsi all&#39;incrocio dei pali, col pubblico che appluade e gli avversari attoniti.</p>
<p>Si può trattare di salvare un paziente, trovare una cura, ottenere il suo vicodin quotidiano o riavere il suo parcheggio disabile assegnato dalla Cuddy a un medico in carrozzella (serie 3, puntata 15). House non può e non sa perdere. Non si arrende finché l&#39;avversario di turno (che di solito ma non necessariamente è una misteriosa malattia) non è annicchilito. </p>
<p>Vale tutto, anche imbrogliare, anche mentire, anche prendere dei rischi sulla pelle del paziente e a sua insaputa. </p>
<p>Prende tutto tremendamente sul serio e dietro l&#39;ironia di facciata si cela un imperativo molto personale che gli ordina di vincere qualsiasi partita. E la fortuna, come accede agli eroi ma non agli umani, è sempre dalla sua parte.</p>
<p>(Uno cosi è sicuramente meglio che faccia il medico piuttosto che il militare) </p>
<p>House trionfa dove tutti noi cadiamo. Trionfa accettando e esaltando il valore supremo su cui è fondata la nostra società contemporanea: la competizione. Un valore che tende sempre più a sconfinare dal campo dell&#39;etica a quello dell&#39;estetica.</p>
<p>Il personaggio House sembra molto razionale ma contiene dentro di se una deriva anti-razionalista: il trionfo della morale per cui &quot;ha ragione chi vince&quot;.</p>
<p>House, insomma è l&#39;eroe dei nostri tempi, quello che tutti vorremmo essere. Nelle nostre piccole o grandi, importanti o meschine occupazioni quotidiane vorremmo essere come House. Creativi, geniali, liberi e sempre vincitori. </p>
<p>Ma ho il sospetto che, come medico curante, sceglieremmo il meno geniale ma più umano Wilson.</p>
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		<title>By: Anonymous</title>
		<link>http://www.francescapoggi.com/2007/10/blitris-la-filosofia-del-dr-house/comment-page-1/#comment-11</link>
		<dc:creator>Anonymous</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Nov 2007 15:11:00 +0000</pubDate>
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		<description>Mi permetto di intervenire in questa discussione aperta da Francesca in qualità di discusso, avendo io scritto il pezzo sull&#039;iper-etica. L&#039;intepretazione secondo cui House si occupa esclusivamente delle malattia, che tutto il suo interesse risiede nello scioglimento dell&#039;enigma non mi sembra totalmente convincente nella misura in cui per essere vera deve non tenere conto di un fatto: House non si arresta alla diagnosi ma si interessa alla cura perché vuole salvare il paziente, a tutti i costi. L&#039;idea di salvare la vita al paziente emerge in troppe puntate per poter essere derubricata, credo io, come un semplice accidente. Anzi direi che questi due momenti dell&#039;agire di House sono essenziali alla caratterizzazione del personaggio la cui specificità si articola nello spazio che separa la sua dichiarazione di non occuparsi che della malattia e non del paziente e la sua prassi in cui l&#039;occuparsi della malattia diventa la forma per occuparsi veramente del paziente. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ed è qui, di fronte alla singolarità che per lui prende la forma della o del paziente che si pone la qeustione dell&#039;eccezione nel campo dell&#039;etica. Sono d&#039;accordo con quanto Giulio scrive a proposito dell&#039;eccezione, ma per me - nella lettura che dò di House e che delinea un modello etico che sottoscrivo - è la singolarità dell&#039;altro a innescare l&#039;eccezione. Il problema di dover trasgredire una giusta legge si pone nella misura in cui si pone, per me, l&#039;esigenza di rispondere nel modo giusto all&#039;altro. In altri termini: non si può essere giusti con l&#039;altro, comportarsi in modo etico nei confronti di altri, nella sua singolarità, senza eccedere le regole. Per la situazione House, la situazione clinica, l&#039;altro è l&#039;altro presente che si presenta sotto forma di enigma clinico da risolvere ma che non si riduce, credo, a questo: cioè a un caso di una qualche malattia. E tutti gli altri? Credo che in generale, in qualche modo, un certo sacrificio (passatemi la parola) sia strutturale a ogni decisione etica: l&#039;altro può essere l&#039;altro presente, come nella situazione clinica; l&#039;altro assente o a-venire o l&#039;altro che viene dal passato; l&#039;altro può essere anche un altro collettivo come singolarità che non fanno Uno ma che considero dal punto di vista collettivo (tralascio tutta una serie di problemi che questa distinzione pone).  Ma in ogni caso non si può mai, credo, rispondere a tutti gli altri allo stesso modo e nello tesso tempo. In una forma certo iperbolica House mi sembra ponga questta questione, forse.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Mi permetto di intervenire in questa discussione aperta da Francesca in qualità di discusso, avendo io scritto il pezzo sull&#39;iper-etica. L&#39;intepretazione secondo cui House si occupa esclusivamente delle malattia, che tutto il suo interesse risiede nello scioglimento dell&#39;enigma non mi sembra totalmente convincente nella misura in cui per essere vera deve non tenere conto di un fatto: House non si arresta alla diagnosi ma si interessa alla cura perché vuole salvare il paziente, a tutti i costi. L&#39;idea di salvare la vita al paziente emerge in troppe puntate per poter essere derubricata, credo io, come un semplice accidente. Anzi direi che questi due momenti dell&#39;agire di House sono essenziali alla caratterizzazione del personaggio la cui specificità si articola nello spazio che separa la sua dichiarazione di non occuparsi che della malattia e non del paziente e la sua prassi in cui l&#39;occuparsi della malattia diventa la forma per occuparsi veramente del paziente. </p>
<p>Ed è qui, di fronte alla singolarità che per lui prende la forma della o del paziente che si pone la qeustione dell&#39;eccezione nel campo dell&#39;etica. Sono d&#39;accordo con quanto Giulio scrive a proposito dell&#39;eccezione, ma per me &#8211; nella lettura che dò di House e che delinea un modello etico che sottoscrivo &#8211; è la singolarità dell&#39;altro a innescare l&#39;eccezione. Il problema di dover trasgredire una giusta legge si pone nella misura in cui si pone, per me, l&#39;esigenza di rispondere nel modo giusto all&#39;altro. In altri termini: non si può essere giusti con l&#39;altro, comportarsi in modo etico nei confronti di altri, nella sua singolarità, senza eccedere le regole. Per la situazione House, la situazione clinica, l&#39;altro è l&#39;altro presente che si presenta sotto forma di enigma clinico da risolvere ma che non si riduce, credo, a questo: cioè a un caso di una qualche malattia. E tutti gli altri? Credo che in generale, in qualche modo, un certo sacrificio (passatemi la parola) sia strutturale a ogni decisione etica: l&#39;altro può essere l&#39;altro presente, come nella situazione clinica; l&#39;altro assente o a-venire o l&#39;altro che viene dal passato; l&#39;altro può essere anche un altro collettivo come singolarità che non fanno Uno ma che considero dal punto di vista collettivo (tralascio tutta una serie di problemi che questa distinzione pone).  Ma in ogni caso non si può mai, credo, rispondere a tutti gli altri allo stesso modo e nello tesso tempo. In una forma certo iperbolica House mi sembra ponga questta questione, forse.</p>
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