Dr. House

by Francesca on 21/10/2007



Non c’è niente da dire:
gli americani i serial tv li sanno proprio fare, e il dr. House è uno dei loro prodotti migliori.
Un montaggio incalzante, ma non frenetico, una fotografia curata,
una regia che miscela sapientemente suspense,
dialoghi serrati, umorismo e momenti introspettivi (a sfondo musicale),
ripetendo in infinite variazioni la stessa struttura narrativa –
le puntate seguono tutte lo stesso schema, cosa che, evidentemente, risponde alle preferenze del pubblico, almeno secondo verosimili studi di settore –
insomma, la morfologia di House svela l’abitudinarietà (e la pigrizia mentale) dello spettatore televisivo medio, semmai ce ne fosse stato bisogno.

Il punto forte della serie è, indubbiamente, il soggetto.
Il personaggio di House ha chiari riferimenti letterari: Sherlock Holmes, innanzitutto,
ma anche l’Achab di Melville (citato in almeno due puntate).

Come Holmes, House è un genio dell’abduzione, l’arte di formulare ipotesi esplicative – qualcosa di molto simile al tirare a indovinare.
Come Holmes, House è un tossicomane, morfina in un caso, Vicodin nell’altro – sempre antidoloriferi, ma la differenza non è irrilevante, perchè la morfina si inietta per via endovenosa – decisamente troppo forte, anche in seconda serata!
La dipendenza dalla droga è una cifra di entrambi i personaggi:
ne sottolinea l’umanità tragica, il dolore esistenziale, prima che fisico.

Come Achab, House è zoppo e ossessiosanato da un’idea, una missione:
uccidere Moby Dick –
ma la Moby Dick di House è un’oggetto oscuro, di difficile individuazione:
risolvere il caso, certo, ma il caso è sempre diverso e arriva sempre un caso nuovo,
la caccia prosegue sempre, la meta è irraggiungibile.

Eppure, più che un personaggio letterario, Greg House mi ricorda un eroe dei fumetti:
i suoi tratti caratteristici sono così marcati da renderlo irreale e i cambiamenti in lui sono sempre minimi e per lo più esteriori (chitarra nuova, bastone nuovo).
House è il cavaliere oscuro, il genio cinico e maledetto, che porta impressa sulla carne i segni della sua diversità.
Un eroe anti-convenzionale che non vuole salvare il mondo e nemmeno i suoi pazienti,
ma vuole solo esercitare il suo dono, fare quello che sa fare meglio e che, più di ogni cosa, lo connota come Greg House – come qualcuno gli fa notare, un tipo così stronzo non potrebbe certo lavorare, se non fosse davvero bravo.

“Tu non ti piaci, ma ti ammiri” – gli dice Wilson (il grillo parlante).
House è infelice, ma fedele a se stessso. E a noi piace proprio perché è integro
nel suo essere Greg House (cinico ed egocentrico, fino in fondo) ed è disperato in questa sua integrità:
la prima caratteristica ne fa un supereroe, la seconda un supereroe-umano.

Non esageriamo, però, la carica anti-conformista del prodotto televisivo:
il dr. House, alla fine, esprime una morale assolutamente convenzionale, perfino nei tratti in cui è anti-conformista.
Certo, House è un tossico che non rispetta il protocollo e ignora le regole, ma alla fine ha ragione e salva (quasi sempre) i pazienti – ed è tollerato dalla Cuddy nella misura in cui ha ragione, ed è frenato dal buon senso di tutti gli altri personaggi che gli fanno da solerte contrappunto, tranquillizzando gli spettatori sulla morale dominante.
I momenti di buonismo, inoltre, non mancano certo nel serial, e capita spesso che perfino House giunga a stabilire contatti umani e affettivi con pazienti e colleghi – svelando così il suo lato umano – momenti imbarazzanti, a dire il vero, come la scena del bacio con la sua ex, un vero scivolone, a mio giudizio.
Del resto il prodotto è confezionato per piacere a tutti, gli autori son persone che sanno fare il loro mestiore. O almeno lo sapevano fare.

Al riguardo, ho iniziato a vedere la serie IV e sono davvero perplessa:
ho come l’impressione che gli autori abbiamo esaurito le energie creative e si stiano scrivendo addosso.
House comincia a dare preoccupanti segni di squilibrio psichico:
si veste da stregone, seleziona i suoi assistenti in modo totalmente arbitrario –
li caccia per un nonnulla, ma poi tiene un’aspirante che ha causato la morte di un paziente,
perché sa che non farà più lo stesso errore (sic!) –
si procura un arresto cardiaco per scoprire se c’è qualcosa dopo la morte – gli era venuto un dubbio…
Inoltre mi pare che la serie stia prendendo un’insopportabile piega mistica.
Speriamo che rinsaviscano.

{ 2 comments… read them below or add one }

Ataru 30/10/2007 at 10:53 pm

Sei fantastica!!!

Un particolare però ti è sfuggito:
Il nome di House, Gregory, è un omaggio a Gregory Peck, l'attore che vestì i panni del rude capitano.

Per quanto riguarda invece ciò che per Achab rappresenta la Moby Dick, secondo me è la natura, che si manifesta con tutta la sua forza nel suo dolore.
Ricordi la puntata della seconda stagione "House vs Dio"?

E' lì la chiave, giovane Jedi 😉

roweritt@yahoo.it

Sara 24/01/2008 at 4:23 pm

Hai ragione. Ti segnalo questo post che è interessante.

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