Resident Evil

by Francesca on 16/12/2007


Resident Evil (2002), regia di Paul W.S. Anderson
Resident Evil: Apocalypse (2004), regia di Alexander Witt
Resident Evil: Exinction (2007), regia di Russell Mulcahy

La trilogia di Resident Evil è tutto quello che ci si aspetta da un ciclo di film
ispirato a un videogame: azione, suspense, effetti speciali, combattimenti à La Tigre e il dragone (o à la Kill Bill, o à la Hero, insomma un genere ormai visto e rivisto), con una splendida e splendidamente (s)vestita Milla Jovovich.
Eppure questi tre film sono ben lontani dai classici stereotipi hollywoodiani: soprattutto grazie ad una sceneggiatura – scritta sempre da Paul W.S. Anderson – per molti versi anticonformista.

In un futuro imprecisato, ma verosimilmente vicino, la Umbrella Corporation è la multinazionale più potente al mondo e, cosa ignota ai più, trae la maggior parte dei suoi profitti dalla creazione e dalla vendita di armi chimiche e biologiche.
Sotto la città di Raccoon City ha sede uno dei laboratori segreti della Umbrella, denominato l’Alverare. A seguito di un sabotaggio, un pericoloso virus si diffonde in questa struttura sotterranea e il computer centrale (la Regina) stermina tutto il personale, al fine di evitare il propagarsi del contagio.
Una squadra di soccorso della Umbrella, recuperati gli unici due sopravvissuti, gli agenti adetti a proteggere l’entrata segreta dell’Alveare, penetra nel laboratorio e si trova di fronte ad un esercito di morti viventi: è l’effetto del micidiale virus-T, che dopo aver causato la morte rianima i tessuti, trasformando chi ne è contagiato, in una sorta di zombie.
Solo Alice (Milla Jovovich) e Matt (un attivista no-global) uscirranno vivi dall’Alveare, ma entrambi saranno catturati dagli agenti della Umbrella, che li useranno come cavie per i loro esperimenti.

La trama presenta forti somiglianze con 28 giorni dopo (di Danny Boyle), la scena finale del primo episodio di Resident Evil è praticamente identica alla scena iniziale del film di Boyle – da un lato Alice che, risvegliatasi in una clinica della Umbrella, si ritrova in una Rancoon City devastata e deserta, dall’altro Jim (Cilliam Murphy) che, risvegliatosi dal coma in ospedale, si ritrova in una Londra parimenti devastata e deserta – ma è impossibile stabilire chi abbia copiato chi, visto che i film sono entrambi del 2002.

In Resident Evil: Apocalypse il virus si è ormai propagato in tutta Raccoon City: lo spettatore si aspetterebbe un intervento governativo, in perfetta sintonia coi classici film catastrofici statunitensi, dove c’è sempre un polizziotto buono, un presidente buono, un sindaco buono o un qualche altro buon p.u. che prende in mano la situazione. Invece sono i funzionari della Umbrella, che isolano la città e la mettono in quarantena. In tutti e tre gli episodi le istituzione statali sono pressoché assenti: tutto è gestito dalla potentissima multinazionale, che agisce solo secondo la logica del proprio profitto.

Certo, nel secondo episodio compaiono più squadre di agenti S.T.A.R.S. (Special Tactics and Rescue Service), tra cui Jill Valentine (Sienna Guillory), protagonista anche del videogame, ma anch’essi sono pedine dell’Umbrella Corporation, che, non solo non esita ad abbandonarli nella città infestata e destinata alla detonazione nucleare, ma li impiega come cavie per testare i risultati del progetto Nemesi – che consiste nell’infettare essere umani col virus-T per svilupparne la forza.
Alla fine Alice, che, a seguito degli esperimenti condotti su di lei, ha acquisito poteri sovraumani (ma, particolare non secondario, unica tra tutti i contagiati dal virus-T, non si è trasformata in un mostro) riuscirà a salvarsi, insieme all’agente Carlos Olivera (Oded Fehr) e a Jill Valentine, mentre la Umbrella farò esplodere il suo ordigno nucleare, sterminando tutta la popolazione di Raccon City – purtroppo inutilmente.

Dopo l’apocalisse, l’estinzione. Se l’ambientazione del primo episodio ricordava Alien 2 (di James Cameron), e quella del secondo Fuga da New York (di John Carpenter), il terzo è un omaggio diretto a Mad Max (di George Miller e Georgie Ogilvie) – anzi, pare difficile trovare un’altra giustificazione plausibile per l’avvenuta desertificazione del pianeta Terra, dal momento che il virus-T non sembrava agire sugli organismi vegetali nè tanto meno sul clima.

I pochi esseri umani superstiti si sono riuniti in carovane e si muovono di continuo per evitare gli attacchi degli zombie, col costante incubo di rimanere a secco di benzina.
Alice, che ha acquisito anche poteri psionici, è braccata dagli scienziati della Umbrella (da uno in particolare, il dr. Isaacs) che, rinchiusi nei loro laboratori, sono impegnati nella propria autoconservazione e, parrebbe, nella ricerca di un vacino – ma, per la verità, fin dal primo episodio si evince che un vaccino esiste già, solo che sembrerebbe scarsamente efficace (o, forse, efficace solo se assunto tempestivamente, ma il punto resta oscuro).

La trilogia si chiude con una speranza, anzi con due. Forse in Alaska esiste un presidio umano lontano da ogni rischio di contagio – Claire Redfield e un’altra superstite del convoglio da lei guidato partono in elicottero nella speranza di raggiungerlo – e Alice, alla guida di un esercito di sue cloni (opera del dr. Isaacs, che tentava di duplicare gli straordinari poteri della bella eroina), si appresta a dare la caccia ai dirigenti della Umbrella.

Intendiamoci, non siamo di fronte ad un capolavoro: la trama è spesso pasticciata, i caratteri dei personaggi sono essenziali, i dialoghi a dir poco scarni ed è tutto un’esplosione di cervelli ed effetti speciali.
Eppure sembra comunque apprezzabile la critica espressa, tutt’altro che sottile, alla globalizzazione – se non altro perché è l’ultima cosa che ci si aspetterebbe da questo genere di film.

Al di là dello specchio del benessere, Alice ci conduce in un paese degli orrori, dove le multinazionali imperano, governano le nostre vite e decidono la nostra morte, creando armi biologiche che desertificano il pianeta, trasformano gli animali (i cani, ma anche gli uccelli, in una scena che è un omaggio diretto a Hitchcock) in mostri pericolosi e, soprattutto, riducono gli esseri umani a zombie affamati – George Romero, benché non citato direttamente, rappresenta un punto di riferimento costante di tutta la narrazione.
Memorabile la scena di Las Vegas dove tutti i simboli della cultura e dell’arte occidentale sono ridotti a decadenti strutture di cartapesta, vuoti simulacri di una civiltà scomparsa.

Un altro elemento interessante è rappresentato dal fatto che, nei tre film, i personaggi carismatici, i capi della resistenza, sono sempre donne (Alice, Jill Valentine, Claire Redfield) – ciò si addice perfettamente alla logica manicheista del film: se la globalizzazione è un fenomeno essenzialmente maschile, perchè sono per lo più uomini i potenti della terra, la lotta contro di essa deve essere per lo più femminile.
Certo gli eroi uomini non mancano, ma non sono loro a guidare i superstiti e alla fine muoiono, in modo valoroso, ma muoiono – del resto ‘i buoni’ in questi film muoiono quasi tutti (nel primo se ne salvano solo due, nel secondo e nel terzo solo tre), ed anche questo è un aspetto originale: la guerra contro i poteri economici miete molte vittime e non è necessariamente destinata alla vittoria.

Tra le tante morti una in particolare merita di essere menzionata, forse una delle più belle scene di Extiction. Oltre al problema di zombie e carburante, i superstiti sono anche in preda a crisi di astinenza da nicotina, ma di sigarette non se ne trova. Carlos Olivera (Oded Fehr) si lancia in un’impresa suicida per dare una via di scampo ai suoi compagni: mentre il suo camion, rovesciato su un fianco, è assalito dagli zombie e lui sta per farsi saltare in aria, vede uno spinello sotto il sedile e se l’accende con un beato sorriso di gioia, mentre va incontro alla morte.
Questa è l’unica scena in cui si vede qualcuno fumare. Vi sembra un fatto da niente? Provate a guardare un qualsiasi film, statunitense o europeo, facendo caso a quante sigarette vengono accese. Una o due come minimo. Chi credete che paghi per queste scene? Almeno, in Resident Evil quella accessa non era affatto una sigaretta.

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alessandro m. 18/12/2007 at 10:44 pm

Mi piacerebbe leggere qualche tuo pezzo sulla trilogia di Matrix e sulla serie di Star Wars, sempre che le abbia viste.

Francesca.Poggi 22/12/2007 at 7:27 pm

l'ultimo di Matrix non l'ho visto, già il secondo mi aveva molto deluso, a te sono piaciuti?

alessandro m. 22/12/2007 at 10:38 pm

Ti dirò… Il primo era molto interessante: una bella rappresentazione fantascientifica della teoria del cervello nella vasca di Putnam. Il secondo era lungo, confusionario e un po' sconclusionato. Del terzo mi ha colpito molto l'immagine del guardiano-virus che a poco a poco si impossessava dell'intero sistema di matrix. Nel complesso non mi ha molto convinto, però, la piega pseudoreligiosa dell'intera storia.

Francesca.Poggi 23/12/2007 at 12:40 pm

sui primi due sono d'accordo con te.
l'idea dei cervelli in una vasca (e un pò anche della macchina di Nozick) era già stata ampiamente sfruttata dalla fantascienza letteraria, ma come trasposizione cinematografica non era male. Però anche nel primo c'erano degli elementi di incoerenza: ad esempio non ho mai capito che senso avesse lottare contro matrix in matrix.
anche tu hai un blog?

alessandro m. 23/12/2007 at 8:07 pm

Credo che matrix consentisse di interagire con un numero di gran lunga superiore di soggetti (nella "realtà", invece, bisognava prima "svegliare" qualcuno dallo stato comatoso..). Inoltre in matrix operavano personaggi, per così dire, propri del programma (come l'oracolo e l'architetto) e solo distruggendo matrix o comunque agendo all'interno di matrix sarebbe stato possibile ristabilire un equilibrio. Il terzo non è male; te lo consiglio.
Per quanto riguarda il blog, conto di avviarne uno in queste vacanze.
Sono indeciso su forma e contenuti.

zack 05/01/2008 at 9:53 am

secondo me, extinction è il migliore dei tre resident. e matrix è molto sopravvalutato.

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