Villa, Il positivismo giuridico: metodi, teorie e giudizi di valore

by Francesca on 10/02/2008

vittorio villa

Il positivismo giuridico: metodi, teorie e giudizi di valore di Vittorio Villa (professore presso l’Università di Palermo) costituisce un eccellente manuale (scorrevole, interessante e approfondito) di filosofia del diritto – anche se l’espressione ‘manuale’ in questo caso è un pò riduttiva, in quanto Villa non si limita certo a riportare teorie altrui, ma, al contrario, interviene direttamente nei dibattiti in corso, sviluppando e argomentando proprie tesi.

Tra i contributi più significativi e originali ne ricordo tre, attinenti, rispettivamente, al concetto di positivismo giuridico, al concetto di filosofia analitica e all’interpretazione giuridica.

L’intento di Villa è quello di fornire delle definizioni concettuali di ‘positivismo giuridico’ e ‘filosofia analitica’ (due filoni di ricerca cui egli espressamente aderisce), ossia delle definizioni che esplicitino e ricostruiscano le “aree solide”, le assunzioni e le credenze, di carattere sostanziale o semantico, condivise e presupposte da tutte le diverse concezioni.

La definizione concettuale di ‘positivismo giuridico‘ proposta da Villa, mi pare particolarmente convincente. Per Villa il concetto di positivismo giuridico si articola in due tesi. Secondo la tesi ontologica “tutti i fenomeni che posso essere qualificati, in senso lato, come ‘giuridici’ […] non possono che rappresentare istanze di diritto positivo, e cioè di un diritto che rappresenta il prodotto normativo […] di tipo convenzionale […] di decisioni e/o comportamenti umani storicamente contingenti” (p. 29). Secondo la tesi metodologica “rendere conto […] del diritto del diritto positivo è, per lo studioso del diritto, attività completamente diversa […] rispetto a quella che si concreta in una presa di posizione (positiva o negativa, di accettazione o di rifiuto) nei suoi confronti” (p. 29).

Secondo Villa un corollario della tesi ontologica è costituito dalla tesi della separabilità: se, infatti “si condivide la tesi secondo cui il diritto è frutto di decisioni contingenti, allora bisogna anche condividere, come sua necessaria implicazione, quell’altra tesi secondo cui non vi può essere alcun contenuto giuridico necessario, e dunque a fortiori alcun contenuto etico necessario” (p. 31).
Quest’ultima implicazione, però, non mi pare condivisa da tutte le concezioni del giuspositivismo: se non vi è alcun contenuto giuridico necessario, ciò significa non solo che non è necessario che il diritto incorpori la morale, ma anche che non è necessario che il diritto non incorpori la morale (ossia che il diritto può contingentemente incorporare la morale). Quest’ultima assunzione palesemente non è condivisa dal positivismo giuridico esclusivo.

Secondo Villa il nocciolo comune a tutte le concezioni della filosofia analitica consiste nell’assunzione secondo cui “fa parte dell’essenza del pensiero essere comunicabile senza residui attraverso il linguaggio”, il linguaggio è “il veicolo necessario del pensiero” (p. 111).
Questa certamente è un’assunzione condivisa da tutti gli analitici, ma mi chiedo se non sia un’assunzione troppo debole, che potrebbe essere fatta propria anche da studiosi che non si richiamano affatto all’area analitica.

Infine, rispetto al tema dell’interpretazione giuridica, Villa propone una concezione pragmaticamente orientata, con cui mi trovo in completo accordo. Vorrei, però, sollevare qualche perplessità sulla tesi della priorità logica del significato convenzionale rispetto al significato contestuale (p. 217), il quale, comunque, costituisce per Villa l’esito finale del processo interpretativo.
Se si aderisce (come Villa) alla tesi secondo cui il significato è l’uso, allora pare evidente che conoscere il significato di un termine consiste nel sapere come usarlo in contesti tipici ossia nel conoscere i suoi usi tipici, nel sapere in quali contesti normalmente si impiega. Il significato convenzionale non è altro che il significato in contesti tipici, il significato contestuale tipico – così quelli registrati in qualsiasi dizionario non sono che gli usi tipici delle parole.
Ma, allora, il significato convenzionale non è affatto prioritario: né in senso temporale, in quanto deriva dagli usi (dai significati contestuali più frequenti) né in senso logico perché conoscere il significato convenzionale è conoscere il significato contestuale tipico.

Intendiamoci, queste osservazioni non inficiano certo la tesi complessiva di Villa e il modo in cui egli delinea il processo interpretativo, ma, semmai, ne costituiscono una specificazione, a mio giudizio, più conforme alla tesi secondo cui il significato è l’uso e immune da tutte le obiezioni che potrebbero sollevarsi contro la nozione di significato convenzionale quale significato semantico-sintattico acontestuale. Il significato convenzionale, anche se inteso come significato contestuale tipico, va, infatti, distinto dal significato contestuale atipico e l’interazione tra queste due nozioni nel processo interpretativo può configurarsi esattamente nei termini individuati da Villa.

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gitz 10/02/2008 at 6:13 pm

Scrivi: "Secondo Villa il nocciolo comune a tutte le concezioni della
filosofia analitica consiste nell'assunzione secondo cui "fa parte
dell'essenza del pensiero essere comunicabile senza residui attraverso
il linguaggio", il linguaggio è "il veicolo necessario del pensiero" (p.
111).
Questa certamente è un'assunzione condivisa da tutti gli analitici, ma
mi chiedo se non sia un'assunzione troppo debole"

Premesso che non so se questa tesi sia condivisa da tutti gli analitici,
a me sembra che invece sia una tesi molto forte, forse persino troppo
forte, poco credibile. Ma davvero tutto ciò che pensiamo è comunicabile
"senza residui" nel linguaggio? ma chi ha detto questa cosa? è molto
radicale! Austin diceva che analizzare il linguaggio può essere un modo
per chiarire il pensiero, ma non che tutto ciò che si pensa sia
comunicabile lignuisticamente. Mi sembra contrario a dati di esperienza
comune – che ci siano pensieri inesprimibili, di cui a mala pena siamo
pienamente consapevoli, che albergano nell'inconscio o nel
preconoscio… che ci siano pensieri per i quali una razionalizzazione
linguistica, una loro traduzione linguistica conforme a grammatica che
li renda intersoggettivamente condivisibili, implicherebbe la loro
distruzione… non so. E comunque, è davvero (in punto di fatto) una
tesi condivisa da tutti i filosofi analitici? a me sembra
un'affermazione metafisica senza se e senza ma, senza la minima
possibilità di una verifica empirica, che, anche solo per prudenza
epistemologica, molti analitici avrebbero difficoltà a formualare in
questi termini – come facciamo ad escludere che vi siano pensieri
intraducibili "senza residui" nel linguaggio? En passant, questo
vorrebbe dire che gli animali privi di un linguaggio, non pensano né
sognano – perché il sogno è un tipo di pensiero – mentre sembra
verosimile che i cani, ad esempio, pur avendo un linguaggio molto
rudimentale, facciano sogni in cui accadono situazioni relativamente
complesse, simili ai nostri – e così, se il cane si sveglia abbaiando
spaventato, diremmo forse che il cane ha espresso "senza residui" tutto
il suo pensiero onirico?

Francesca.Poggi 10/02/2008 at 6:20 pm

Mi pare che la tesi di Villa equivalga al principio di esprimibilità di Quine – di cui si trova una formulazione simile, anche se non identica, in Searle.
Le tue osservazioni sono certamente sensate, tutto sta a vedere cosa s'intenda per 'pensiero'. Per come la vedo io, le emozioni non sono pensiero, i sogni non sono pensiero, l'in(pre)conscio non è (per definizione) pensiero. Inoltre, la tesi in questione si applica solo alla generalità degli esseri umani: ammesso che gli animali pensino e che non possano esprimere i loro pensieri mediante il loro linguaggio, ciò non inficerebbe la tesi in questione.
Non pensi che, assunte queste specificazioni, si tratti di una tesi (forse metafisica ma comunque) debole?
Non sono però certa che Villa condivida queste mie limitazioni

villa 14/02/2008 at 6:21 pm

Rispondo, da autore del volume, alle tre questioni poste da Francesca.
Per quanto riguarda la prima,la definizione di giuspositivismo, parlando della separabilità fra diritto e morale non intendevo pronunciarmi sulla questione dell'"incorporazione" o meno della morale nel diritto, questione che riguarda le "concezioni" e non già il "concetto" di giuspositivismo, ma intendevo sottolineare soltanto che per me una posizione giuspositivista in senso pieno è una posizione anti-oggettivistica e anti-assolutistica sul piano metaetico. La morale è contingente come il diritto, quindi non può esservi alcun contenuto etico oggettivo, ad esempio una idea oggettiva di giustizia, a fondamento del diritto positivo. Tutto ciò prescinde dalla tesi se la morale penetri o meno all'interno del diritto.
Per quanto riguarda la seconda, la definizione di filosofia analitica, d'accordo con Francesca: tutto dipende da che cosa intendiamo per "pensiero". Se circoscriviamo di molto la nozione rendendola equivalente a "discorso razionale", allora la tesi diventa plausibile, e non è nemmeno troppo debole.Si tratta della giustificazinoe filosofica della scelta metodologica di praticare l'analisi linguistica come metodo privilegiato per la filosofia.Sia chiaro, questa definizione non l'ho inventata io: riprendo liberamente alcune tesi di Michael Dummett, secondo cui questa tesi rappresenta uno sviluppo ulteriore della "svolta cartesiana" in filosofia, all'interno della quale era l'analisi del pensiero il compito fondamentale della filosofia.
Per quanto riguarda la terza questione, ci sto per adesso lavorando, al fine di scrivere un libretto di "teoria dell'interpretazione".Sto lavoroando, appunto, sulle recenti tendenze "contestualsitiche" in semantica. Per adesso mi limito a dire che l'affermazione wittgensteiniana che "il significato è l'uso" è stata oggetto di infinite discussioni e di molte interpretazioni diverse.Accettare questa affermazione, a mio avviso, non vuol dire di per sé negare la priorità di un significato convenzionale, ma semmai sostenere che gli elementi legati al contesto d'uso sono comunque necessari per l'attribuzione di un qualunque significato, perché ne governano il processo di specificazione semantica di cui ogni processo di attribuzione ha bisogno.

Anonymous 10/12/2008 at 2:36 pm

sinceramente non trovo utilità concreta per questi ragionamenti

Cristina Meneghetti 29/07/2012 at 3:51 am

Ho letto e riletto con disgusto il testo, chiamiamolo così, di Vittorio Villa. E’ vergognoso che sia adottato nelle università. L’autore non sa scrivere in un italiano corretto, farnetica, esprime a fatica qualche parere ovvio tra congiunzioni e avverbi ridondanti. Dopo la faticosa, noiosa e aberrante lettura di quanto ha scritto questa povera persona, mi viene da pensare che come sia possibile che i nostri studenti di giurisprudenza perdano tempo a decifrare concetti tra pagine condensate di paroloni. Se questo libro fosse adottato qui in America, Villa lo metterebbero in galera…

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