Dick, La penultima verità

by Francesca on 28/07/2009

Tutt’intorno, su ogni lato, Nicholas vide altri ex residenti di formicai, ora in qualche modo residenti in superficie. Tutti ancora tangibilmente, visibilmente deprivati, tutti esautorati di ciò che, nel senso fisico più letterale, apparteneva a loro.
“Non è un gran bel modo di ereditare la Terra” disse Blair vedendo la sua espressione. “Forse non siamo stati abbastanza mansueti.”
“O forse lo siamo stati troppo” ribattè Nicholas

La penultima verità (The Penultimate Truth, 1964) è un tipico romanzo di Philip K. Dick per temi, struttura narrativa, pregi e difetti.

Al centro della storia due veri e propri topoi della narrativa dickiana (che, diversamente coniugati, si ritrovano, ad esempio, anche in E Jones creò il mondo, Le tre stimmate di Palmer Eldritch, Noi marziani e La svastica sul sole): il potere, specie quello carismatico (che qui si incarna nei personaggi antagonisti di Lantano e Brose) e l’illusione, la menzogna sistematica, allucinatoria, che lo sostiene e lo perpetra.

Geniale, come sempre, l’idea alla base della narrazione: 15 anni dopo lo scoppio della terza guerra mondiale, la maggior parte degli abitanti della Terra vive nel sottosuolo, in strutture sovraffollante soprannominate ‘formicai‘, dove si dedica alla costruzione di robot bellici, sotto l’incombente minaccia di non raggiungere la propria quota produttiva ed essere deportata su una superficie devastata da ordigni atomici e virus letali. Solo che, in realtà, la guerra è già finita da diversi anni, e il pianeta è governato da un’elite che si è spartita le terre decontaminate e inganna il resto della popolazione con falsi filmati e proclami.

Interessante l’autogiustificazione del potere per lo stato di schiavitù (effettiva, ma inconsapevole) in cui vengono mantenuti miliardi di persone: le masse (dei due blocchi contrapposti) hanno causato la guerra e le masse non accetterebbero una soluzione diversa dalla vittoria – salvare il mondo è allora salvarlo dalle masse, consegnandolo ad ristretto gruppo di autorità comandate da un uomo carismatico.

Come spesso accade nei romanzi di Dick, non manca qualche pasticcio nella trama e, soprattutto, abbondano gli elementi totalmente inutili allo sviluppo narrativo – c’è sempre l’impressione che abbia iniziato a scrivere il romanzo senza aver ancora idea di come concluderlo, di come sciogliere l’intreccio.

Un libro comunque piacevole che si legge in un pomeriggio al mare: non il migliore di Dick (che, a mio giudizio, resta il poco fantascientifico Un oscuro scrutare), ma di certo nemmeno il peggiore (che, sia pure contro l’opinione dominante, continuo a ritenere La svastica sul sole).

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