Inseguendo l’ombra, il tempo invecchia in fretta
(frammento presocratico attribuito a Crizia)
Il tempo invecchia in fretta (Feltrinelli, 2009) raccoglie 9 racconti di Antonio Tabucchio, 9 sguardi sul tempo che è passato – il tempo dell’infanzia, il tempo della giovinezza, il tempo di tutta una vita. Ci si volta indietro cercando di trovare un senso, ci si guarda intorno aspettando un’apparizione, una smagliatura nella rete – e Tabucchi, sotto sotto, è un ottimista perché, qualche volta, il senso c’è, sia pure retrospettivamente, sia pure in tutta la sua paradossalità (“a Mosca ho passato i giorni più belli della mia vita”, Fra generali), qualche volta i segni si materializzano (le note di una vecchia canzone, Yo me enamoré del aire), qualche volta c’è un destino (Controtempo). Ma tutto – il senso, le apparizioni, il destino – si sconta al prezzo di una malinconia terribile.
“I ricordi di quando si è bambini li hanno quelli che allora erano già adulti, non ci si può ricordar di ricordi così lontani, ci vogliono le persone che a quel tempo erano grandi”, perché te li raccontino (Clof, colp, cloffete, cloppete) e i ricordi di quando si è adulti, spariscono anche loro se non li si racconta. Solo che, a un certo punto della vita, mancano gli interlocutori (I morti a tavola) o più spesso, ed è l’ipotesi peggiore, mancano le parole: ci escono fuori sempre uguali, le litanie lamentevoli di vecchi che non dicono più nulla (Bucarest non è cambiata per niente).
Una prosa lirica, ma asciutta, senza fronzoli, racconti ed atmosfere tratteggiate in poche righe. Qualcuno mi è piaciuto di più, qualcuno di meno. Nel complesso no, Tabucchi non mi entusiasma: sarà che sono cresciuta con questo tipo di approccio letterario (la nostalgia del tempo passato, le smagliature nella rete, Montale, la malinconia e tutto il resto) e, ormai, mi ha un po’ stancato, sarà che la tristezza è pesante e, alla fine, piuttosto noiosa.
