Wallace, Brevi interviste con uomini schifosi

by Francesca on 16/03/2010

Wallace

Dopo Verso occidente l’impero dirige il suo corso – che proprio non mi era piaciuto – e Una cosa divertente che non farò mai più - che, invece, avevo trovato estremamente divertente – eccomi a quella che è considerata una delle opere più riuscite di David Foster Wallace, Brevi interviste con uomini schifosi (Brief Interviews with Hideous Men, 1999).

Non è mai facile esprimere un giudizio globale su una raccolta  – per quanto si tratti di racconti piuttosto omogenei, accomunati dall’indagine su quanto sia schifosa, disgustosa, la natura umana e su quanto siano complesse le relazioni tra questi esseri schifosi e disgustosi.

Alcuni racconti, come La persona Depressa (analisi dell’egoismo autoconsapevole, ma non per questo meno spregevole, dell’amica depressa), Sul letto di morte, stringendoti la mano, il padre del nuovo giovane commediografo Off-Broadway di successo, implora una cortesia (sincera confessione paterna), e Il suicidio come una specie di presente (storia di un double binding materno, fortunatamente risoltosi) mi sono proprio piaciuti – intendiamoci: non sono per nulla divertenti, anzi, com’è facile immaginare, la discesa nell’abominio della natura umana non è proprio edificante. Qualche racconto è durissimo, come B.I. n. 46, decisamente sconsigliato alle persone impressionabili (o fobiche).

In generale, Wallace ha una scrittura cangiante, una grande capacità di variare registri espressivi, caratterizzando i suoi personaggi anche in base al modo di parlare, all’uso di intercalari o espressioni ricorrenti. Non mi sono piaciute, però, le (sporadiche) acrobazie formalistiche: i testi sul meta-testo (QAS9), gli esperimenti narrativi di Mondo adulto (II).

Per chi l’avesse letto: la mia risposta al QAS9 è “No, assolutamente no” – e questo perché, “sì”, come l’autore ben capisce (comprensione che certo non lo scusa, ma, anzi, aggrava la sua posizione), la lettrice proprio non ce ne ha voglia di farsi infastidire a questo modo e, “no”, lo scrittore non si salva con la sua sincerità, la pretesa sincerità non se la beve proprio la lettrice, che non si sente nemmeno più coinvolta, macché: conta le pagine che mancano alla fine dello strazio.

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