Hawthorne, La lettera scarlatta

by Francesca on 14/10/2010

lettera scarlatta

Insomma, si lascia leggere, però no, non direi proprio che La lettera scarlatta (The Scarlet Letter, 1850) di Nathaniel Hawthorne sia un capolavoro.

Lo stile è datato, prosaico, didascalico, segnato da continui, fastidiosi, interventi del narratore. Tutta l’opera è animata da un’intento di edificazione etica: diciamolo, è una specie di operetta morale. Ha poi ragione Vito Amoruso (nel bel saggio introduttivo, che apre l’edizione di La biblioteca di repubblica) a sottolineare la struttura teatrale dell’opera: una forma scenica che, però, produce difetti non trascurabili quando è trasposta in forma di romanzo. Ogni cambiamento nell’animo dei personaggi rimane fuori scena: così Hester Prynne cambia profondamente negli anni abbracciati dalla narrazione, da peccatrice contrita diventa una donna libera, ma il lettore non segue il suo mutamento, se lo trova davanti quando si riapre il sipario (7 anni dopo).

Quanto alla trama, il finale lascia parecchio a desiderare – non a caso è stato cambiato nel, peraltro brutto, film di Roland Joffé – film che, sia detto per inciso, tralascia di rendere non solo gli aspetti più ‘surreali’ del romanzo, ma anche quelli meglio risciuti, come il personaggio di Pearl. In effetti, Pearl è forse davvero l’unica creatura realistica di Hawthorne, l’unica figura davvero memorabile e ben costruita – cosa che certo non si può dire del così chiamato Roger Chillingworth, niente meno che l’impersonificazione del male.

Resta poi un punto oscuro in tutta la narrazione: ma come diamine avranno fatto a peccare Hester Prynne e il reverendo Dimmesdale (e ve lo dico anche se non avete letto il libro, perché tanto si capisce subito), considerata la natura pavida e tremeabonda di quest’ultimo?

Un’ultima postilla: il romanzo è preceduto da, e (per giudizio unanime di critici illustri) forma parte integrante con, un racconto dal titolo La Dogana che risulta talmente noioso da scoraggiare spesso ogni tentativo di lettura. Intendiamoci, questo racconto autobiografico sarebbe stato anche interessante, se Hawthorne ci avesse fatto la grazia di trattenerlo in una decina di pagine. Comunque, secondo me – che non sono un critico illustre – si può anche saltare senza perder nulla.

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cafonal 17/07/2011 at 12:23 pm

Come scrivere la recensione di un’opera magnifica, che sicuramente avrà anche i suoi difetti, infarcendola di luoghi comuni, di opinioni non proprie e di una pungente velenosità da persona frustrata. Che la lettura dei classici sia troppo ardua per la scarsamente dotata relatrice del blog?

Francesca 17/07/2011 at 5:27 pm

mah! è curioso che potrei ripetere esattamente le tue stesse frasi: “pungente velenosità da persona frustrata”!
comunque, ognuno ha i suoi gusti – anche in materia letteraria. Non è il caso di farne una questione personale: a me non è piaciuto e ho scritto il perché.

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