Melville, Moby Dick

by Francesca on 13/12/2010

capodoglio bianco

“La maggioranza della gente di terra è così ignorante di alcune delle meraviglie del mondo più semplici e palpabili che, senza qualche riferimento ai nudi fatti, storici o altro, della caccia alle balene, potrebbe pensare che Moby Dick è una frottola mostruosa oppure, quel che è peggio e più detestabile, un’orribile e intollerabile allegoria” (Melville, Moby Dick, cap. XLV)

Sfido chiunque a rintracciare una dichiarazione di intenti dell’autore di un qualsiasi romanzo che sia più esplicita e più misconosciuta!

Certo, è facile essere tentati da un’interpretazione allegorica dell’ossessione del vecchio Ahab per il mostro albino e i critici giammai sono vincolati alle intenzione degli autori, eppure è difficile negare che Moby Dick sia anche e soprattutto un bel libro sui capodogli e sulla caccia ai copodogli.

Per la maggior parte delle pagine, Melville formula classificazioni e definizioni delle varie specie di balene, analizza l’anatomia del capodoglio (paragonandola anche a quella della balena franca), discetta sulla sua evoluzione, non tralasciando l’esame di alcuni fossili, ci racconta di svariate rappresentazioni e narrazioni in cui compare, elenca gli impieghi del suo olio e delle sue ossa, racconta minuziosamente i processi di lavorazione che si svolgevano a bordo delle balenerie e formula svarriate teorie su questo mammifero – alcune corrette, come quella relativa alla funzione dello sfiatatoio, altre false, come quella secondo cui le balene non correranno mai alcun rischio di estinzione.

Forse uno degli aspetti più geniali di Moby Dick consiste proprio in questa riuscitissima mescolanza di generi, che ne fa un trattato scientifico (innovativo per l’epoca) e uno straordinario romanzo, popolato di personaggi indimenticabili – Ahab, ma ancora di più i selvaggi ramponieri, i rozzi marinai e i tre ufficiali.

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