Heinlein, Straniero in terra straniera

by Francesca on 28/12/2012

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Straniero in terra straniera (Stranger in a strange land, 1991) è spesso considerato come il miglior romanzo di Robert A. Heinlein e, di certo, è il migliore di quelli che ho letto io (in ordine crescente di apprezzamento: Fanteria dello spazio, Universo, Stella variabile e La via della gloria).

Quella che ho appena terminato è, però, la versione integrale “come la concepì e la scrisse originariamente Robert Heinlein” (secondo la prefazione della moglie Virginia). Non ho mai letto la versione breve, quella pubblicata nel 1961, sicché non ho idea di quali siano stati i tagli imposti dagli editori: è molto probabile che siano state censurate le parti più “hard” (intendiamoci: hard per il 1961, visto che il romanzo, per quanto libertario, non ha proprio nulla non solo di pornografico, ma nemmeno di erotico), però, potrebbe anche darsi che sia migliore di questa. In effetti, questa versione è un po’ prolissa: dopo un’inizio entusiasmante, il romanzo perde brio verso i 3/4, soprattutto a causa di una certa pedanteria – Heinlein, preoccupato che il suo messaggio giunga anche al più tardo dei lettori, non lascia proprio nulla all’interpretazione.

Lo Straniero del titolo è Valentine Michael Smith, un terrestre nato su un altro pianeta e cresciuto da una civiltà aliena, molto lontana dalla nostra per costituzione, capacità e cultura: una civiltà, fortemente comunitaria, che non conosce la morte, la proprietà privata, il dubbio, né il piacere sessuale, e i cui membri sono dotati di poteri telepatici e telecinetici. Riportato sulla Terra, Michael fatica non poco a comprenderne gli abitanti e, quando finalmente ci riesce, decide di illuminarli, diffondendo una versione sincretica della filosofia marziana, dove il comunitarismo è fuso con il libertarismo sessuale (con esiti decisamente piacevoli). Ma non si sopravvaluti Heinlein: la critica feroce al moralismo ben pensante e l’anticlericalismo sono fusi con una buona dose di maschilismo, sciovinismo e omofobia (l’omosessualità accettata è, guarda un po’, solo quella femminile), ben espressi da giudizi del tipo: i giapponesi non hanno pudore (sic!), l’arabo è una lingua meno ricca dell’inglese (ahah!) e (immancabile) il 99% delle donne violentate se l’è cercata.

Non mancano alcuni errori tipici degli scrittori di fantascienza meno avvenuti, come, ad esempio, immaginare che in un lontano futuro ipertecnologico le riprese video amatoriali avvengano con grosse telecamere su nastri.

Buona la traduzione italiana di Marco Pinna per Fannucci (peccato che nella quarta di copertina venga svelato il finale: complimenti all’editore!)

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