Sandel, quello che i soldi non possono comprare

by Francesca on 02/08/2013

Oggi la logica del comprare e vendere non è più applicata soltanto ai beni materiali ma governa in misura crescente la vita nella sua interezza. E’ arrivato il momento di chiederci se vogliamo vivere in questo modo” (trad. it. p. 14)

M.J. Sandel

Quello che i soldi non possono comprare (What money can’t buy, 2012, trad. it. di Corrado Del Bò, Feltrinelli, 2013) di Michael J. Sandel è una critica, ben argomentata e in una forma divulgativa e piacevole, ad alcune forme dell’attuale liberismo economico, che poi altri non è se non il fratello siamese – per quanto qualcuno dica il contrario – del liberalismo politico. Ma prima qualche premessa.

Come scrive Sandel, “senza rendercene conto, senza aver mai deciso di farlo, siamo passati dall’avere un’economia di mercato all’essere una società di mercato” (p. 18). Ecco qualche esempio tratto dal libro.

Cose che oggi si possono comprare (da qualche parte nel mondo):

Una cella singola, pulita e silenziosa ($82 a notte)

Un discorso per un brindisi al matrimonio di un vostro amico ($149 su http://www.theperfecttoast.com/)

L’accesso alle corsie di car-pooling ($8 nelle ore di punta)

Sparare a un rinoceronte nero in via d’estinzione ($150.000)

Sparare ad un tricheco ($6.000)

Emettere una tonnellata di anidride carbonica (13 euro)

Comprare la polizza assicurativa sulla vita di un anziano, di un malato terminale o di un vostro dipendente (prezzo variabile a seconda delle condizioni dell’assicurato e del valore della polizza)

La sterilizzazione o l’uso di metodi contraccettivi di lungo periodo (spirale) da parte di una donna tossicodipendente ($300)

Leggere un libro ($2)

Fare sesso (prezzo variabile)

Cose che, secondo molti economisti, si dovrebbero poter comprare:

Bambini adottivi

Reni, cornee e altri organi umani

Il diritto di emigrare

I rifugiati politici

Cosa c’è di male in tutto questo? Per il liberalismo politico proprio niente: finché non danneggiano nessuno, due adulti sani di mente sono liberi di vendere e comprare quello che vogliono. Sandel sviluppa, invece, due critiche contro la pervasività dei mercati.

Secondo l’argomento della corruzione, i mercati alterano il valore e il modo di percepire i beni che scambiano: mettere qualcosa in vendita ne può corrompere il senso e, soprattutto, può allontanare le norme non di mercato, generando talvolta effetti anti-economici (cioé esiti inefficienti). Gli esempi portati da Sandel, specie su quest’ultimo punto, sono molto convincenti. Considerate attività svolte per dovere civico o morale, come donare il sangue o raccogliere fondi per un’associazione umanitaria: alcuni studi hanno dimostrato che, quando si erogano compensi per queste attività, diminuisce non solo la pertuale di soggetti disposti a svolgerle gratuitamente (Perché devo farlo gratis se c’è gente che lo fa per lavoro?), ma anche la qualità dell’attività svolta (è raccolto meno sangue e di qualità peggiore, si raccolgono meno fondi per l’associazione).  E tutto ciò, verosimilmente, perché viene alterato il modo di percepire l’attività in questione: vengono allontanate (cioé sormontate, superate) quelle norme non di mercato che la facevano percepire come un’attività moralmente e socialmente meritevole. L’esito è assolutamente anti-economico: si paga per ottenere ciò che si potrebbe avere gratuitamente di qualità migliore. Un altro esempio significativo: in un piccolo villaggio della Svizzera i cittadini erano più disposti ad accettare un deposito di scorie nucleari per dovere civico piuttosto che dietro l’offerta di un compenso (che “trasformò una questione civica in una questione pecuniaria”, p. 117).

A mio giudizio, l’argomento della corruzione è decisamente convincente finché ha effetti anti-economici, lo è meno negli altri casi. Considerate la vendita di reni, di bambini adottivi, di celle di lusso, della possibilità di sparare ad un immobile tricheco o a un rinoceronte nero. Qui l’immissione del bene sul mercato non produce alcuna inefficienza. Per Sandel anche qui c’è però una corruzione del valore e del significato del bene e un allontanamento delle norme morali e sociali: i bambini, le parti del corpo umano, esseri viventi, speci in via d’estinzione (e il valore stesso della biodiversità), dall’essere kantianamente dei fini, diventano merci col prezzo sopra. E’ chiaro però che qui l’argomento di Sandel è meno cogente: dipende dal fatto che si condividano le sue valutazioni morali (ci sono persone per cui la vita di un rinoceronte nero non è un bene in sè) e la tesi secondo cui immettere un bene sul mercato lo degrada sempre (perché comprare un bambino adottivo dovrebbe impedire di vederlo come un irripetibile essere umano oggetto d’amore parentale?)

L’argomento dell’equità è più confuso e mi pare fondere (o confondere) almeno due argomenti differenti.

Innanzitutto, per Sandel, certi scambi economici sono ingiusti perché i contraenti non si trovano in posizione di parità: chi vende un rene o si prostituisce non è “davvero” libero.

Personalmente, trovo, però, insoddisfacente questo vecchio argomento dal retrogusto paternalista. In senso stretto niente nelle nostre vite è “davvero” libero e tutto è più o meno influenzato dal caso o dall’ambiente. Nell’800 mi sarei vestita diversamente. Va bene, vendere una maglia non è come vendersi un rene: chi si procura un danno irreversibile e grave deve essere davvero disperato. Già, ma la soluzione non è impedirglielo e farlo morire di fame. La soluzione ovviamente è  investire nel sociale e far sì che nessuno si ritrovi davanti all’alternativa tra procurarsi una lesione permanente o crepare in mezzo ad una strada.

Ma Sandel, come dicevo, sotto l’etichetta dell’equità presenta anche un secondo argomento, più convincente: permettere a tutti di vendere e comprare qualsiasi cosa vogliono è ingiusto perché aumenta la disuguaglianza. “Se il solo vantaggio della ricchezza fosse comprare yacht, auto sportive e vacanze esclusive, le disuguaglianze di reddito e di ricchezza non importerebbero molto. Man mano che il denaro arriva a comprare sempre più cose – l’influenza politica, una buona assistenza sanitaria, una casa in un quartiere sicuro, l’accesso a scuole d’élite – la distribuzione del redditto e della ricchezza assume un ruolo sempre maggiore. Laddove tutte le cose buone sono comprate e vendute, avere i soldi fa la differenza” (trad. it. p. 16)

Insomma, mercificare ogni cosa acuisce le disuguaglianze sociale – e le disuguaglianze sociali sono ingiuste. Anche qui si potrebbe obiettare che la soluzione non è proibire la vendita di certi beni, ma garantire a tutti un livello accettabile di certi servizi (come l’istruzione o la sanità). Emergono però due problemi. Primo, spesso la mercificazione di un certo servizio produce l’effetto di abbassare il livello qualitativo del suo corrispondente pubblico: se tutti i professori bravi (o tutti gli studenti bravi) vanno alle università private perché pagano molto meglio (o attribuiscono altri significativi vantaggi), il livello di quelle pubbliche cala. Secondo, la mercificazione indebolisce la solidarità sociale, che è la spina dorsale di ogni società civile. Pazienza finché chi se lo può permettere salta la coda all’imbarco (passando davanti a portatori di handicap e famiglie con bambini); tutta altra storia quando chi ha i soldi inquina e tutti gli altri a respirarne l’aria.

Va da sè, che l’argomento disuguaglianza non vale, però, per tutti i beni che, per Saldel, non dovrebbero stare sul marcato – tipicamente, non vale per l’immobile tricheco. Il punto è che, a seconda del bene in discussione (bambini, profughi politici, trichechi, ecc.) cambiano le ragioni per cui la mercificazione appare sospetta. Ecco, forse la lacuna più evidente in questo libro, peraltro interessantissimo, è proprio un’approfondimento di queste differenze: una distinzione tra i beni in ase alle ragioni che ne fanno apparire ingiusta l’immissione sul mercato.

Di Sandel in questo blog: Contro la perfezione, che m’era piaciuto, ma un po’ meno.

Libri che il testo di Sandel invoglia a leggere:

Fred Hirsch (1976), I limiti sociali allo sviluppo, Bonpiani, 1981

Dan Ariely, Predictably Irrational, nuova edizione 2010, trad. it. della precedente edizione, Prevedibilmente irrazionale, Rizzoli, 2008.

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